lettere a Mario

Mario Scarpetta

il sorriso e l’attore

Questa sezione raccoglie le lettere e le prefazioni di amici e colleghi di Mario Scarpetta contenute nel volume “Mario Scarpetta – il sorriso e l’attore” curato da Pino Miraglia e Gianni Pinto e presentato al Teatro Mercadante di Napoli il 14 Novembre del 2005 nel corso della serata di commemorazione organizzata dal Teatro Stabile di Napoli diretto da Nînni Cutaia e dalla Prospet di Gianni Pinto.

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Isa Danieli – Attrice

Sopracciglia inarcate, parlanti e imperiose, bacino basso e didietro importante: uno Scarpetta insomma, per colore, per memoria, per calore e talento, per generosa testardaggine.

Attore di grande qualità che giovanissimo si accostò alla monumentale bravura del più famoso parente De Filippo. Dopo importanti frequentazioni, da De Simone a Wertmuller, volle tenere in vita la tradizione Scarpettiana, fondando una sua compagnia, rinunciando così a mettere in gioco, da scritturato, la sua grande bravura.
Da capocomico, se pur giovane, si mescolò al talento di attori come Anatrelli, e Dolores Palumbo.
Ci ha lasciato troppo presto Scarpetta (così lo chiamavano tutti anche in intimità) mutilandoci di uno sguardo sornione e intelligente, tuttavia sapiente, a suo modo, sul teatro di tradizione e contemporaneo.
Ma mi manca di più la risata fragorosa e contagiosa, che scaldò la nostra amicizia nelle sere d’inverno come in quelle d’estate, risata che smuoveva l’edera del ricordo intorno alla quale è annodato un sorriso, speciale, che lui da dove sta, sicuramente sa riconoscere.

Ciao Scarpetta

Isa Danieli

Giulio De Martino

A volte ricordare una persona precocemente scomparsa riesce ad attenuare il senso di vuoto e di smarrimento generato dalla consapevolezza della perdita irreparabile. Mario Scarpetta, attore e commediografo stimato ed amato a Napoli, è stato anche lui uno studente di liceo: anche lui al Liceo Umberto, anche lui nel corso G – il mio – negli anni dal 1967 al 1972 (uno prima di me). Il suo genio teatrale – retaggio di famiglia, per lui pare ovvio attestarlo – si esprimeva allora semplicemente nell’ironia e nella comunicativa coinvolgente. In quei riti vagamente goliardici, che accompagnavano la vita liceale di un corso tutto maschile, Mario portava la vena dello stile commediale, un punto di farsesco, ma anche di erudito, come nella parodia della cultura libresca e della grammatica greca e latina che erano gli ingredienti dell’atellana del bravo e irrequieto studente di allora. I nostri modesti carmina burana infatti vertevano tutti intorno ad un certo patriottismo di corso (inni, cantate, marce…) e alla satira affettuosa della figura dei nostri amatissimi professori e delle loro fondamentali discipline. Era suo il «Papelòs ò Kakòs» con cui appellavamo a fine d’anno scolastico il bravissimo professor Raffaele Greco; era sua la garbata parodia di «Vittorio dal baffo verde» il gentile e paterno professor Savastano che ci recitava e commentava alla luce di De Sanctis, Flora e Sapegno i versi di «padre Dante». Ed era suo il Canto – reputato aprocrifo – di «Farinata dell’Umberto» dedicato al filosofo Lamberto Maccioni, traduttore di Euclide e docente di filosofia quanto mai simpatico e conversevole. Ricordo soltanto i versi inziali che Mario Scarpetta declamava, con mimica e gestualità travolgenti, nella recita-spettacolo che recava i saluti di prima dell’estate ai professori:

«O Tosco,
che vai per l’Umberto dolente,
sì parlando strevezo …»

Era appena comprensibile l’allusione al fiorentino stretto in cui si esprimeva allora la divina favella del professor Maccioni, per il quale un banale cassino era una ben più seria «cimosa» e l’invito rivolto ad uno studente ad uscire presto dall’aula per non disturbare oltre, si compendiava in un imperioso «porta!». Caro Mario, in una generazione di ragazzi talentuosi e ambiziosamente adulti hai portato il sapore senza tempo della giovinezza sfuggente e l’amore non sempre confessato per l’erudizione classica che era croce e delizia per ognuno di noi.

17 novembre , 2004

Gianni Pinto

Conobbi Mario nel settembre del 1979 al Maschio Angioino, nel “cuore” dell’Estate a Napoli.
In quella occasione era impegnato in un bel lavoro di Raffaele Viviani, Festa di Piedigrotta
allestito da Roberto De Simone e Mario mi annunciò che avrebbe dato vita a una sua compagnia teatrale, dopo aver fatto esperienza nella compagnia di Eduardo per circa 4 anni.
E così nella stagione 1979/1980 Mario allestì la sua prima scarpettiana al Teatro Cilea di Napoli con Dolores Palumbo, Geppino Anatrelli, Tullio del Matto etc.Da quel momento iniziai una collaborazione con Mario, durata oltre 20 anni.Mario si mostrò sorpreso di questo mio interesse per il teatro scarpettiano : “ ho sempre pensato che questo teatro fosse lontano dai tuoi pensieri.Ti vedo impegnato con programmi dell’Estate a Napoli, che sono agli antipodi del mio teatro “-così mi disse Mario ed io in risposta:“ stiamo tentando di portare finalmente a Napoli tutta una serie di spettacoli che prima si fermavano a Roma; questo non significa che non abbiamo amore per il nostro teatro di tradizione”.E così iniziò questo percorso
attraversando i lavori noti del bisnonno Eduardo ma anche quelli meno noti come Il testamento di Parasacco. L’amico di papà, Nu brutto difetto, Mettiteve a ‘fa l’ammore ‘cu ‘mme, Felice sposo, Feliciello e Felicella etc.E al compiacimento di Mario di aver trovato un “impresario” disponibile a mettere in scena anche titoli poco noti di Scarpetta gli rispondevo che nella ricerca e valorizzazione del teatro di Scarpetta bisognava scegliere anche questa strada più difficile e rischiosa e chi se non Mario poteva mettere in scena e recitare questi lavori sconosciuti al grande pubblico ? Ma Mario poi ogni tanto si allontanava dal “teatro di famiglia”( Scarpetta, Eduardo, Peppino )per cimentarsi e sempre con grande successo con testi di Raffaele Viviani, Santanelli, Satta Flores, Beckett, Marivaux, Marotta, De Simone, Curcio, Wertmuller, Mario Scarpetta etc per poi “ritornare” all’antico amore : il teatro di Eduardo Scarpetta.Mario ha dato tanto sulle scene, ma ha ricevuto poco : meritava molto di più in vita e non poco abbiamo lottato insieme in questi venti anni per questo obbiettivo, anche e soprattutto nella nostra Napoli, dove “avrebbe dovuto ricevere ”, quale degno erede di una grande famiglia di teatro, i giusti riconoscimenti per il suo lavoro e una maggiore attenzione da parte di tutti.
Ciao Mario, ti ricorderò sempre e porterò sempre nel mio cuore questa grande “camminata a due” ma soprattutto ti ricorderanno i tuoi spettatori ai quali dicevi alla fine di ogni recita: speriamo che questo rispettabile pubblico si sia divertito !

Gianni Pinto

Ninni Cutaia – Un pensiero per Mario

Pensare a Mario Scarpetta, a un anno dalla sua prematura scomparsa, significa nel mio ricordo personale richiamare alla mente un’immagine e un progetto. L’immagine è quella che per me, come per molti di noi del Teatro Mercadante – è stata l’ultima: seduto a metà della gradinata della Sala Ridotto, il braccio poggiato sulla ringhiera, Mario aspettava l’inizio della prima rappresentazione della rassegna “Pulcinella al Mercadante”, guardandosi intorno con occhi attenti e dispensando i suoi sorrisi larghi e sornioni a tutti quelli che lo salutavano. Un’immagine serenamente gioiosa e per di più legata a un momento di vita teatrale a lui particolarmente caro sotto il profilo personale.

Il progetto è quello che, proprio a causa della sua scomparsa, non è mai stato realizzato: quel Signore di Pourceaugnac che doveva vederlo al fianco di Carlo Cecchi in uno degli spettacoli di punta della seconda stagione del Teatro Stabile di Napoli. Un evento indissolubilmente legato alla sua persona che né il Mercadante, in qualità di produttore, né Carlo Cecchi, in qualità di regista, si sono sentiti di affidare all’interpretazione di un altro attore.

Ma un progetto mancato è ben poca cosa rispetto allo smisurato rimpianto di non avere più tra noi un artista che per trent’anni s’è distinto per l’ironia sottile, la simpatia straripante, la tensione amicale verso i colleghi, la passione con la quale ha affrontato vita e lavoro, ma soprattutto per aver tesaurizzato il meglio della tradizione teatrale napoletana, sublimandola in linguaggio artistico d’altissimo spessore.

Ninni Cutaia
Direttore del Mercadante
Teatro Stabile di Napoli

Renato Nicolini

Il ricordo di Mario Scarpetta porta con se un modo tutto particolare di fare teatro, dove hanno ancora importanza la tradizione familiare, la conoscenza ed il dialogo con la cultura del pubblico, in una parola il buon sapore dell’Artigianato invece del sapore – un poco falso, un poco simulato, un poco clonato, sicuramente troppo pretenzioso – dell’Arte. In questo senso, con Mario Scarpetta è morto il vero erede della tradizione teatrale napoletana nella linea Scarpetta – De Filippo, quella che si difendeva dall’assimilazione piccolo borghese anche conservando tenacemente il proprio statuto di tribù a parte, che ha origine da una vita consumata in camerini non sempre riscaldati, in teatri ed in tournèe impossibili, in amori furibondi e pranzi di difficile digestione, con la bottiglia di vino che poteva finire per presentarsi come la fonte principale di calore e di tenerezza, o almeno di temporaneo rifugio dalle durezze della vita.
Mentre ancora vivevo a Napoli, si sparse la voce che Carlo Cecchi aveva l’abitudine di passare tutte le sue sere napoletane al Teatro Totò, da poco aperto, per vedere un attore, Mario Scarpetta. Con Marilù Prati,( che con Mario Scarpetta aveva recitato in ‘Na Santarella di Scarpetta, con la regia di Eduardo) andammo così a vederlo. Lo spettacolo mi pare fosse La banda degli onesti, un omaggio a Totò tratto dal film di Camillo Mastrocinque. Mario, che – confesso – non avevo ancora mai visto in scena, mi parve un attore straordinario. Aveva fatto la sola cosa che si potesse fare per reggere il confronto con Totò, una presenza di cui la fortuna televisiva giustamente perdurante dei suoi film impedisce di parlare al passato. Aveva scartato ogni forma di imitazione e recitava la sua parte senza alcun complesso. Arrivava così naturalmente là dove Carlo Cecchi arrivava con qualche sforzo, come un punto di arrivo, mentre per Mario era un istintivo punto di partenza. Dire le proprie battute in tutta naturalezza, senza forzature psicologistiche, senza pirandellismi o manierismi d’alcun genere. Così Mario ricreava, quasi senza accorgersene, la magia del teatro, che consiste essenzialmente nella capacità dell’attore di essere in sintonia con l’universo effimero, ma che deve sembrare eterno fino al termine della rappresentazione, cui il suo personaggio appartiene.
Mario Scarpetta fu scoperto – dopo quello spettacolo – anche dal teatro d’autore. Lo ricordo ne I dieci comandamenti di Raffaele Viviani, testamento spirituale di Mario Martone costretto dalle beghe del potere politico a lasciare la direzione del Teatro di Roma. Mario Scarpetta aveva in quello spettacolo qualcosa di più della funzione di un attore. Era contemporaneamente il testimone della vitalità della tradizione, a cui Martone si accostava con rispetto, senza piegarla – e come avrebbe potuto? – alla propria maniera, ma piuttosto incastonandola, come una gemma preziosa, al suo interno. Da quel dialogo tra innovazione e tradizione, in cui Scarpetta finiva in qualche modo per rappresentare simbolicamente l’autonoma vitalità del testo di Viviani rispetto alla stessa messa in scena, nasceva ogni sera qualcosa di straordinario.
Addio, Mario, e grazie di tutto questo, lo conserveremo il più possibile nella nostra memoria.

Renato Nicolini

Breve lettera di Luigi De Filippo a Mario Scarpetta

Ora che purtroppo tu non ci sei più restano solo ricordi e noi di ricordi in comune non ne abbiamo molti.
Questa nostra professione (la chiamo così perché noi, gente seria, il Teatro lo abbiamo sempre fatto da professionisti appassionati) non sempre unisce, ma assai spesso divide, anche i consanguinei.
Noi ci siamo frequentati poco. Non abbiamo mai lavorato assieme. Una volta però, da spettatore, ti ho applaudito con sincera convinzione. Sapevo delle tue belle prove come attore affermato di grande tradizione napoletana, ma volli venire a vederti in un’opera lontana dal tuo consueto repertorio. Accettando l’invito di mio cugino Luca, venni tre anni fa al Teatro Romano di Benevento per “ la prima” di “ Aspettando Godot “, il famoso dramma di Samuel Beckett dove si racconta che l’attesa che qualcuno venga e cambi il nostro destino é vana oggi, lo sarà domani, sempre.
Ricordo che qualche ignorante tra il pubblico storpiava il titolo trasformandolo in un improbabile “Aspettando Totò” !
Ma devo qui ricordare che l’interpretazione del tuo personaggio fu veramente straordinaria. Ti feci i miei più sinceri complimenti di vero cuore, soprattutto perché avevi dato una bella prova di te in un genere tanto lontano da quello che di solito recitavi.
Gli Scarpetta e i De Filippo hanno scritte pagine bellissime nella storia del nostro Teatro, aggiungiamo anche questa mia paginetta per ricordare e celebrare un Artista come te che sulla scena ha dato tanto, ma in cambio ha ricevuto molto meno di ciò che avrebbe meritato in vita.

Ricordandoti sempre con stima e affetto

Luigi

Lina Wertmuller

Che potenza doveva mai aver quel bis bis nonno per trasmettere geni così carichi d’arte, di teatro, di allegria, di humor ai suoi eredi!
Mario ne aveva tutti i segni.
Con lui è stato amore a prima vista.
Un’istintiva irresistibile simpatia. Quel suo viso ovale ornato dal naso significativo e peperonesco, quei suoi occhi ridenti, i neri serpentelli dei capelli da scugnizzo, e il corpo…Un corpo classico da teatro. Da sempre i grandi attori italiani, fin dai tempi della commedia dell’arte, avevano quel tipo di corpo lì, come quello di Mario: piccolo, ma forte, gambe un po’ corte, di dietro possente, come appunto le antiche stampe ci rappresentavano Arlecchino: Molto probabilmente sotto i bianchi, larghi costumi anche Pulcinella aveva quel tipo di corpo. Da Teatrante. Un bel pezzo di Teatro, Mario Scarpetta.
A differenza di Eduardo e di Luca, con la loro bivalenza drammatica e comica Mario era della dinastia di Peppino, con una vis comica naturale e popolare straordinaria.
Genio e sregolatezza, perché Mario abusava di questi suoi talenti e si lasciava sedurre dai mille richiami sciagurati della vita. Era carnale e godereccio, totalmente dionisiaco, un piccolo grande Dioniso napoletano, con tutti i suoi eccessi.
Con lui ho fatto cinque:
– “Fatto di sangue fra due uomini a causa di una vedova” con la Loren, Mastroianni e Giannini
– “La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia” con Candice Bergen e Giannini
– “Sotto sotto…” con Enrico Montesano e Veronica Lario
– “Complicato intrigo di donne, vicoli e delitti” con Angela Molina, Harvey Keitel, Paco Rabal e Isa Danieli
– “Sabato, Domenica e Lunedì” anche questo con Sofia Loren, Luca De Filippo e una bellissima troupe di attori.
Inoltre Mario mi ha fatto da aiuto regista in Teatro e in cinema, era bravo essendo regista egli stesso, come dicevo, un pezzo di teatro. Un’altra bellissima interpretazione di Mario fu quella dello psicanalista nella mia commedia: ”L’Esibizionista” con Luca De Filippo e Athina Cenci.
Insomma, non voglio fare l’elenco delle tante cose belle che Mario ha fatto con me e neanche testimoniare che buco nero ha lasciato nel mio cuore la sua assenza e quanto manca al suo pubblico che lo amava, però, penso che un attore bravo come lui, erede come ho detto di Peppino, meritava molto molto di più di quanto non abbia avuto il tempo di darci.
Un altro scrigno dell’alta tradizione del teatro di Napoli che purtroppo con lui è andata perduta.

Lina Job Wertmuller

Geppy Gleijeses

Credo si debba sfatare il mito delle grandi generazioni degli attori del passato e della povertà di talenti dei tempi nostri. Oggi c’è nel teatro napoletano (e non solo) una quantità notevole di buoni comprimari, di ottimi caratteristi, di giovani promettenti; e ci sono anche alcuni grandi attori. Certo, quando un destino cinico e baro ti priva di uno dei migliori, la statistica e il bilancio di una generazione rischiano di perdere significato. Quanti attori come Mario Scarpetta nascono in una generazione? Pochissimi, si contano sulle dita della mano. Oltretutto Mario era un purosangue – figlio dei Scarpetta, dei Viviani e dei De Filippo – che non aveva tradito le attese, con un pedigree nobilissimo. Purtroppo spesso il grande purosangue ha i garretti fragili e Mario, nel suo fisico forte e gioioso, nel suo carattere apparentemente e inguaribilmente dissacrante, esilarante e al limite del cinismo, nascondeva al contrario, una sensibilità eccessiva, una vulnerabilità affettiva che erano il segno di una grande capacità di amare ma anche il tallone di Achille di un uomo dolce e buono. Ci conoscemmo nel ’72, entrambi stavamo per terminare il liceo classico e la sua classe dell’Umberto decise , con il professor Greco, di mettere in scena, per pura passione filodrammatica, Le Nuvole di Aristofane. I ragazzi di quella classe dell’Umberto , oltre a Mario, i miei cari amici e ora grandi professionisti in altri campi, Francesco Barra Caracciolo, Riccardo Sgobbo, Raffaele de Lutio ed altri, si chiesero: “Chi fa più casino a Napoli fuori dall’Umberto?” Il mio nome uscì in modo prepotente e io fui accolto come “oriundo” (ero al Pontano) in quella gioiosa e scalcagnata compagnia. Io interpretai Tirchippide e Mario era mio padre Lesina. Lo spettacolo, qualcuno lo ricorderà, fu un meraviglioso, adolescenziale successo. Fu il debutto assoluto di Mario e mio e di tutti gli altri compagni. Lo rappresentammo, per chi ama le curiosità logistiche, nella palestra della Ravaschier,i che non esiste più, e all’istituto Nazareth (al grido di “Guagliò, jamme miezz’e femmene!”). Nacquero grandi amicizie, amori improvvisi, passioni profonde e emozioni insuperate, quelle che solo il palcoscenico può darti; ma soprattutto, si palesarono due vocazioni irresistibili: quella di Mario e la mia. Io dovetti lottare contro la mia estrazione borghese e la destinazione alla Giurisprudenza che mio padre aveva immaginato per me, Mario era figlio d’arte e non doveva sfondare muri, aveva diciotto anni, talento e simpatia. Il grande Eduardo, per quelle strane combinazioni della vita, chiamò nella sua Compagnia tutti e due. Mario andò, io, soffrendo come una bestia, rinunciai e mi iscrissi all’Università.
Che successe poi? Mario cominciò la sua carriera alla grande, viveva a Roma e io, ospite di mia sorella nella Capitale, lo andavo a trovare spesso. Poi accadde qualcosa che probabilmente gli cambiò la vita e segnò il suo destino: si innamorò perdutamente, come solo un virgulto diciottenne può fare, di una donna meravigliosa, anch’essa attrice, più grande di lui. Lei lo lasciò quasi subito e Mario cominciò a bere (e quel vizio quanto lo ha pagato!) girando i bar e le osterie di Roma, affogando dolore e delusione, soffrendo come un pazzo. Si affacciava alla vita, ma era troppo indifeso, troppo impreparato, vulnerabile come un purosangue. Quanto soffrivo della sua sofferenza. Avevo lasciato Mario come un fresco diplomato pieno di vita e ritrovavo un ragazzo cresciuto troppo in fretta, ferito come una figura di Dostojevskj e che si comportava quasi come un personaggio di Bucowsky. La tempesta passò, ci furono altri amori ben più importanti, i figli, tanti successi. È rimasto, attaccato allo scoglio di Napoli come una patella e Napoli, come dice La Capria : ”O ti ferisce a morte o ti addormenta”. Avrebbe meritato ribalte ancora maggiori e occasioni più degne del suo straordinario talento che, soprattutto dopo i trent’anni, cresceva inarrestabile. Abbiamo lavorato ancora insieme due volte, l’ultima nel ’94 in Vendetta trasversale di Giorgio Prosperi, con la mia regia. Come ci divertivamo insieme in scena e fuori, con la stessa “capa fresca” di ventidue anni prima, fianco a fianco, con la gioia di ritrovarci ogni tanto e la promessa di stare insieme sempre più spesso.
Forse, quando partii per fare il mio mestiere nel ’77 ero più forte del mio fratello in arte, forse quei cinque anni che allora mi bruciavano sono stati la mia fortuna … ma quanto mi manchi, Mario . Volevamo fare Scarfalietto insieme. Lo farò e te lo dedicherò. Certamente un giorno reciteremo ancora insieme in quella commedia di Aristofane con cui debuttammo. Il titolo è una garanzia : Le Nuvole…

Toni Servillo

“L’intelligenza di un attore sta nel cogliere la sensibilità del regista”.
Mario mi ripeteva spesso questa frase durante le prove de Le false confidenze di Marivaux. Dietro questa semplice frase, che può apparire il sintomo di una preoccupata diligenza si nascondono secondo me molte sue genialità, innanzitutto umane. Mario era teso all’inizio delle prove, temeva un repertorio che non gli era abituale, addirittura mi disse che non parlava in Italiano. Mario era indifferente o forse addirittura ignaro del suo talento, ma con quella frase, stabiliva il suo metodo d’approccio ad una nuova avventura teatrale, marcando il territorio come un animale, rivendicando all’attore l’intelligenza del capire, l’autonomia delle scoperte, la scommessa dei mille percorsi e tentativi per avvicinare il personaggio, consegnando così alla sensibilità del regista, sensibilità intesa come capacità di creare situazioni, relazioni vive all’interno di un testo, la responsabilità di creare quel luogo nel quale lui potesse poi portare a spasso, con rara naturalezza, il suo talento, la sua arte antica.

Toni Servillo

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